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Come tutto è cominciato..

Nel 2015 l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Psicologi (ENPAP) ha bandito una call sull’imprenditoria femminile dal titolo “Psicologhe, che impresa”. 
E’ sembrata una bella occasione per raccontare la storia di Accordo e del progetto Windhorse in italia, nato come “L’isola che non c’è…” 
L’ebook completo, la raccolta dei progetti imprenditoriali relativi al bando “Psicologhe: che impresa!”che raccoglie tutte le storie selezionate è scaricabile a questo link:
https://www.enpap.it/DOC/Ebook_CallImprFem.pdf 
Riportiamo qui di seguito le pagine relative alla storia di Accordo, scritta da Paola Parini.


«Dall’isola che non c’è al progetto Windhorse - Cure domiciliari per pazienti psichiatrici»

Sono nata a Ivrea, in mezzo alle colline del Canavese da genitori milanesi. Mio padre, ingegnere, vi era approdato nel 1960 in pieno boom economico, per via dell’ ”Olivetti”. Non ho mai vissuto a lungo continuativamente in una grande città, ma ne ho girate parecchie, in Italia e all’estero, per studio o perché amo viaggiare, e a Milano sono stata spesso a trovare parenti.

Le grandi città mi fanno sempre sentire piccola. Io, Paola Silvia, “piccola donna dei boschi”, cosa ci faccio in una grande città? Mi sento piccola e curiosa e mi muovo con un misto di timore, eccitazione e curiosità, nonostante ci sia già stata tante volte.

Mi piace respirare un’atmosfera diversa, stimolante, cogliere nuovi spunti. Ed è con questo mood che un giorno, non ricordo precisamente quale, del ’94, passando davanti ad una libreria, la mia attenzione viene calamitata da un titolo: “La Seduzione della pazzia”, di E. Podvoll. Non ho mai sentito questo autore, manon posso fare a meno di entrare e comprare il libro, che comincio subito a divorare, già tornando in treno.

Da due anni sono consulente in una comunità che accoglie etilisti, casi sociali e pazienti psichiatrici e sono affascinata dalle psicosi. Mi piacerebbe fare psicoterapia con questo tipo di pazienti, ma difficilmente approdano allo studio di uno psicoterapeuta, e non sono seguibili senza una rete.

Man mano che la lettura procede, mi sento nella situazione descritta da R. Bach rispetto a un’idea: (…) di quando in quando (…) qualcuno scavalca le macerie, mi afferra alla gola e dice soavemente: “Non ti mollerò finché non mi avrai messo in parole sulla carta”» (Richard Bach, “Illusioni”).

A me succede una cosa simile, con l’idea di portare in Italia il modello Windhorse.

Si tratta di un approccio alla psicosi, completamente diverso da quelli incontrati finora, basato sulla psicoterapia contemplativa, sul concetto di “Basic Attendance”, che postula una possibile guarigione dalla psicosi, vista come il “Secondo stato” e non come una malattia.

Senza negare la sofferenza dei pazienti psicotici, Podvoll cerca e trova nei terapeuti, in se stesso prima di tutto, i semi della follia, arrivando a postulare: “Se hai una mente, puoi perderla”. Ma puoi anche ritrovarla.

Un approccio gentile e accogliente che finalmente mette insieme le mie formazioni: corpo e mente, psicoanalisi e training autogeno, yoga e relazione d’ascolto, dove l’ascolto è veramente globale, in un continuum che va da me all’altro e che ci unisce in un tutto che comprende anche l’ambiente in cui siamo immersi.

La mia tesi sul simbolismo dei Mandala, il confronto tra concezione junghiana di mandala e concezione tibetana. Psicogramma e psicocosmogramma. Improvvisamente tutto torna, tutto s’incontra. Ma come farea realizzare questo?

La prima idea che mi viene è di parlarne nella comunità in cui sono consulente, e al Servizio Psichiatrico di competenza.

La risposta è più o meno la stessa: “Bell’idea, trova dei finanziamenti, che poi la realizziamo”. Comincio a informarmi per capire se in Italia ci sia qualcuno che fa cose simili, come fare, e se per quanto riguarda i finanziamenti la risposta è più o meno simile, un’altra cosa che comincia ad emergere è la necessità di appoggiarsi ad un’associazione.

Vengo a conoscenza del lavoro di Zapparoli e il suo “Approccio integrato”, e dopo aver letto “La follia e l’intermediario” lo chiamo e gli parlo di un “sogno in un cassetto”. Mi risponde molto gentilmente che i sogni bisogna tirarli fuori dal cassetto, e mi dà un appuntamento.

Ci incontriamo a Milano nel suo studio e io esordisco (ancora non so spiegarmi perché) con una frase del tipo “Sono molto contenta ed emozionata nell’incontrarla, pensavo che fosse già morto!”… Lui ride e mi dà un sacco di consigli e sostegno, l’idea gli piace e mi passa il contatto di una collega di Torino che ha varie comunità e gruppi appartamento.

Nel frattempo ho cominciato a parlare con Andrea, amico con cui tantissimo abbiamo condiviso come capi scout, educatore con esperienza in ambito psichiatrico, poi couselor Gestalt con cui, finita l’esperienza scout, abbiamo spesso fantasticato di far qualcosa insieme, qualcosa che amichevolmente abbiamo definito una “Ca’ de’ mat”. Lui mi ascolta, interessato e solidale, ma chiaramente dietro i suo sorriso divertito dal mio entusiasmo a volte fa capolino il pensiero che nella “Ca’ de’ mat”, forse, dovrei andarci io.

La mia idea, ancora in embrione, è quella di proporre equipe di trattamento a domicilio per pazienti con disturbi gravi, che siano tarate completamente sulle reali necessità dei pazienti. Vorrei creare un team di professionisti assolutamente modulabile sulle singole situazioni, tutti indipendenti, con partita IVA o comunque liberi di operare dove, come e quando sia realmente necessario, senza costi fissi che porterebbero prima o poi inevitabilmente a dover scendere a compromessi per far quadrare i conti.

Immagino un gruppo di persone appassionate all’idea di ricercare, disposte ad investire nel progetto, ma soprattutto libere di scegliere se aderire o meno perché hanno comunque altri mezzi per sostentarsi.

Nello stesso tempo ho molto chiaro che non voglio parlare di volontariato, perché il riconoscimento e la dignità di ciò che si fa passa anche dal riconoscimento economico, ma nello stesso tempo voglio tutelare l’idea originaria. Che chiamo “L’Isola che non c’è”, perché non mi sento autorizzata ad utilizzare la denominazione “Windhorse”.

La collega di Torino mi mette in contatto con un’altra collega che si occupa di conti e che non ci dà molte speranze. Anche se l’idea è di un intervento domiciliare, che taglierebbe i costi di una struttura fissa, le persone coinvolte sarebbero comunque tante, e non sembra economicamente competitiva come proposta.Ma io sono testona, e non mi arrendo. Bisogna trovare il modo di misurare i risultati, magari impostarlo come un progetto di ricerca… a breve termine potrebbe costare di più o allo stesso modo di un progetto domiciliare già esistente, ma se poi i pazienti venissero riabilitati e potessero ridurre sempre più il sostegno dei professionisti e dei servizi… bisogna scrivere un progetto dettagliato, e cercare finanziatori, bandi, collaborazioni… E poi forse bisogna creare un’associazione, visto che non ne abbiamo trovate di già esistenti che ci supportino.

Ne parlo per qualche mese con Andrea e con alcuni colleghi e l’11 giugno 2008 nasce “Accordo -Associazione Scientifico- Culturale di Coterapia”. Siamo in sette, quattro psicologi, un avvocato, un medico e un educatore. Quattro donne e tre uomini.

Siamo un’associazione di professionisti, non a scopo di lucro, ma con la possibilità di fatturare. Insomma, vederci riconosciuta la parcella per le nostre prestazioni, con l’impegno a reinvestire in progetti gli eventuali utili. Ovviamente all’inizio il monte ore dedicato gratuitamente alla creazione dell’associazione e alla stesura dei progetti è immenso.

Windhorse è il progetto che ci (soprattutto mi) interessa di più, ma sotto l’ombrello dell’associazione possono trovare spazio anche diverse altre proposte e attività, purché in linea con lo statuto.

Mesi dopo, mentre sto mettendo il progetto su carta, al momento della bibliografia, trovo in fondo al libro di Podvoll un riferimento al gruppo del Colorado, proprio quello di Boulder, da dove è partito tutto. Digito su Google, e trovo un’email di contatto. Il 2 marzo del 2009 scrivo, raccontando la mia idea di portare Windhorse in Italia, un’email dal titolo “The Island of Neverland”. E l’11 marzo mi arriva una risposta da Jeff Fortuna, codirettore del gruppo del Colorado e direttore del Windhorse Archive Project.

Gentilissimo, mi dà molti riferimenti, tra cui: un film documentario, “Someone Beside you” di un regista tedesco, E. Hagen, che racconta la storia del progetto e contiene le interviste ai primi psichiatri e pazienti coinvolti nel progetto, in Usa, Germania, Svizzera la notizia di un gruppo molto attivo a Vienna, l’invito ad un seminario che si terrà là nel giugno dello stesso anno, alcuni articoli e una tesi di laurea.

Chiamo Andrea, lo invito a fare una passeggiata in quella che nei miei sogni ho chiamato “la valle dei matti”. E’ un sentiero sulla Serra di Ivrea lungo il quale ci sono cascine abbandonate, una delle quali in unaposizione incredibile, un balcone sulla pianura. Saliamo lungo il sentiero, e mi lascio andare a dipingergli il mio sogno esagerato: casette windhorse, collegamento con Università per le nuove tecnologie per sperimentare nuovi progetti abitativi e di agricoltura biologica (adesso direi sinergica, o permacultura)…casette delle api… mentre gli faccio annusare una piantina di melissa che qui cresce spontanea (e mi piace pensare che anche questo sia un segno positivo, essendo componente dell’acqua antisterica dei Carmelitani Scalzi), un incredibile ramarro turchese ci attraversa il sentiero.

In questa euforia gli dico che Hagen mi ha risposto e possiamo partire con il progetto di doppiaggio del documentario, realizzato a costi molto contenuti grazie alla collaborazione dei miei amici teatranti. (Perché l’altra mia faccia, che si sta definendo sempre più, è quella di attrice, ma questa è un’altra storia…) L’idea di doppiarlo è venuta per avere uno strumento per diffondere il modello anche in Italia.
E poi c’è l’invito a Vienna per il seminario di giugno! Andiamo? Andiamo! “…It’s as if I’ve been sailing for years… and finally I have found a harbor…”. Questo è quello che ho detto alla chiusura del meeting di Vienna, e resta vero tutt’oggi.

Anni di studio e di ricerca si incontrano: dalla laurea in psicologia, al CISSPAT di Padova, la mia prima scuola di psicoterapia. Il master in Psicotraumatologia e Psicologia dell’Emergenza con Michele Giannantonio… il Core training in PDE – Psicoterapia Dinamico Esperienziale, quattro anni di riprese di sedute e confronti; la pratica di yoga cominciata a diciannove anni, e, dopo la scoperta della drammaterapia con Sue Jennings, la formazione e l’esperienza teatrale che sto portando avanti. Di quanto tempo stiamo parlando? Mi sono laureata nel 1984… quanta vita è trascorsa, nel frattempo sono anche diventata mamma tre volte…

Il modello Windhorse, di cui ho letto nel libro che mi ha incantato, esiste, e ci sono persone che lo portano avanti da decenni. Il gruppo di Vienna ha compiuto 20 anni l’ottobre scorso, e siamo stati alla celebrazione del ventennale, abbiamo partecipato ai lavori di preparazione dell’International Windhorse Conference“Delusion or Reality – Mental health in the midst of severe psychological crisis” Noi, come gruppo italiano, siamo andati in cinque, e io e Andrea abbiamo proposto un workshop che contiene un assaggio del nostro percorso di formazione per Basic Attenders ed ora siamo membri del “Windhorse World Council” (WWC) due membri per ogni Centro, ci ritroviamo una volta al mese su Skype.

Sì, perché da allora ne sono successe un po’, di cose, e altre ne succederanno. Anche adesso, mentre sto scrivendo. Nel 2010 è partito ad Ivrea un progetto pilota Windhorse italiano (a Vienna ci hanno dato l’ok per chiamarlo così), con la supervisione mensile di un membro del centro di Vienna per il team e di Jeff Fortuna per la psicoterapia.

I progetti Windhorse sono tarati sulle necessità dei pazienti. La figura centrale è quella del “Basic Attender”, da Basic Attendance, intraducibile come “assistente di base”. I team in genere prevedono anche figure di psicoterapeuti e psichiatri, e opzionalmente alcuni volontari.

Ma cos’è la Basic Attendance? Podvoll indica 10 “Skills”: Being present, Letting in, Bringing home, Letting be… no, non si capisce… proviamo con una citazione di un familiare tratta qualche tempo fa dal sito del Windhorse Community Service: “I turni Windhorse di Basic Attendance possono sembrare abbastanza banali dall’esterno, includono attività come camminate, preparazione dei pasti, pulizia della casa, osemplicemente stare seduti insieme. Ma è dall’interno che nasce lo straordinario. E quello che è straordinario è il contatto umano. E’ il riconoscimento e la pratica dell’umanità che realmente pone Windhorse su un piano diverso rispetto agli altri modelli di salute mentale.”

E’ che è difficile da spiegare… come la formazione: se è “esperienziale” come fai a raccontarla, o peggio ancora a spiegarla? Sarebbe come cercare di spiegare la pratica della meditazione a livello teorico. Se è pratica, non è teoria, e si può apprendere solo, appunto, praticando… come dice Roberto Picerno “In teoria non c’è differenza tra teoria e pratica, in pratica, sì.”… e poi c’è la metafora della tenda, che mi piace tanto. Perché Windhorse è un ambiente che si viene a creare, all’interno del quale ci si muove in un certo modo.

E ci piace paragonarlo ad una tenda, di quelle dei Nomadi del deserto, o di qualunque parte del mondo. E’ una tenda che si può montare dovunque, se sai come fare. E poi puoi invitarci la gente, accoglierla, ma al tempo stesso la tenda l’hai montata tu, e sei tu che in qualche modo, sei responsabile dell’atmosfera che si crea all’interno. Si potrebbe dire, per riprendere la citazione più sopra, che compito del basic attender sia creare le condizioni perché “nell’ordinario, avvenga lo straordinario”.

La tenda è fatta di tela, di pali di legno, nulla di eclatante o tecnologico, si può anche fare con quello che c’è, anzi il più delle volte è questo che avviene, e all’interno ci sono alcune regole: non giudizio, prima di tutto tutti i presenti nella tenda devono avere la possibilità di provare (almeno provare) a “mettersi comodi”. Questo comporta che se qualcuno fa qualcosa che fa sentire scomodo qualcun altro, quest’ultimo avrà la responsabilità di farlo notare e si dovrà trovare un arrangiamento comune.

Questo modo di “stare insieme” è fondante di tutto il modello, e viene “coltivato” anche durante i meeting del team e gli incontri con i familiari. L’atmosfera accogliente e non giudicante tipica della mindfulness viene applicata continuamente, in tutti gli ambiti, dall’interno di se stessi, alle relazioni con gli altri.

Per questo motivo, uno degli aspetti fondamentali è che i membri dei team siano disponibili alla pratica della meditazione, sia individualmente che in gruppo. Solo così diviene davvero possibile accogliere ed essere accolti, il che non significa affatto che vada sempre tutto bene o che non ci siano tensioni o conflitti. Anzi, dev’esserci posto anche per loro, tutti devono potersi esprimere, a condizione che rispettino il diritto di tutti di fare lo stesso.

Per questo nei meeting si utilizza il “bastone parlante”, un oggetto che viene posto al centro del cerchio e che è preso e posato da una persona alla volta e tenuto in mano per il tempo in cui la persona parla. Il tema dell’incontro è condiviso e noto a tutti, Il coordinatore conduce l’incontro cercando di far sì che tutte le voci possano essere udite. Il fatto di tenere in mano un oggetto aiuta la percezione del tempo impiegato per esprimere il proprio punto di vista e l’idea che tutti debbano poter prendere oggetto e parola aiuta l’essenzialità delle comunicazioni che vengono fatte.

Può succedere di sentirsi idealmente molto attratti da questa modalità, ma solo dopo averla sperimentata in prima persona si può capire se davvero incontra il proprio modo di esprimersi, o di lavorare. I confini tra sé e l’altro non sono definiti dal setting come in uno studio di psicoterapia, e questo può creare dei problemi che possono essere affrontati attraverso gli incontri di supervisione o di equipe.

E la psicoterapia? La psicoterapia windhorse consiste essenzialmente nell’osservare con il paziente, il funzionamento della mente e cercare di diventarne consapevoli. Spesso accade che ci sia un confronto non giudicante tra i due: esempio: “Tu senti delle voci?” “Bene, io non le sento, ma se me le vuoi raccontare, possiamo parlarne.” Esiste il tuo sentire come esiste il mio. Essendo diversi, per comunicare, possiamo semplicemente cercare di trovare linguaggi comuni, parole o concetti condivisi per gettare ponti tra noi e trovare un modo per stare tutti comodi nella “tenda”.

Il fatto di considerare la propria presenza alla stregua di quella del “paziente” crea le basi per una relazione reale in cui sono presenti le necessità di tutti i presenti. Solo così può esserci vera relazione, scambio. E se da un lato questa modalità espone gli operatori perché li priva della protezione del setting tradizionale delle relazioni d’aiuto, dall’altro, dovendo considerare le loro esigenze quanto quelle del “paziente”, si ha una naturale prevenzione del burn out.

Inizialmente il progetto pilota del 2010 è partito con 3 turni di B.A., due sedute di psicoterapia e una riunione di equipe a settimana, un incontro del team mensile con M. e R., la madre, convivente, tutto a domicilio. Nel corso del lavoro si è resa necessaria la presa in carico anche di R., tanto da arrivare a considerare in realtà entrambi come destinatari del progetto. Sono state inserite una psicoterapeuta e unaB.A. anche per R., una studentessa di psicologia per uno stage di circa sei mesi e tre volontari.

Il “progetto pilota” è partito utilizzando come risorsa economica l’ assegno di accompagnamento del destinatario, con la disponibilità dei membri del team a ricevere circa la metà del compenso che sarebbe previsto. (20 euro/ora per Basic Attender, 60 euro/ora per psicoterapeuta)In pratica abbiamo percepito circa 5000 euro all’anno per 5 anni, per un totale di circa 25.000 euro, e possiamo considerare di averne investiti altrettanti con il nostro lavoro, come investimento iniziale, a cui si dovrebbero aggiungere i viaggi a Vienna. Il valore del progetto si attesta intorno ai 50.000 euro.

Ad oggi il progetto conclude la sua fase sperimentale. Non è possibile oggi (nella fase sperimentale) individuare un passaggio ad un economia del progetto che produca utile. Alla fase sperimentale seguirà una fase di avvio dove i costi del progetto (anche grazie al reperimento di fondi) saranno applicati totalmente e quindi si potrà parlare di utile.

A distanza di 5 anni, M. è passato da 150 gocce di Haldol, 150 di EN, 150 di Laroxil/die a 30 di Haldol e EN al bisogno. E’ in attuale stato di compenso e potrebbe vivere in autonomia se supportato. Noi abbiamo imparato molto. Ad ascoltare, a non giudicare, a meditare. A non cercare di risolvere a tutti i costi, a “stare con quello che c’è” (Compresa, a volte, la mancanza per ciò che non c’è ma vorremmo ci fosse).

Per quanto riguarda la formazione, abbiamo elaborato un “percorso di formazione all’ascolto” basato su tecniche di meditazione, mindfulness e Gestalt, che è stato approvato dal WWC. Abbiamo ricevuto richieste per altri progetti, ma i costi sono troppo elevati per sostenerli privatamente.

Abbiamo partecipato alla “Call for proposal” dell’ENPAP e superato la prima fase. Abbiamo bisogno di risorse per avviare altri progetti. Abbiamo tentato dei bandi, ma fino ad ora non sono andati a buon fine e qualche operazione di found raising, tipo un concerto al Lingotto di Torino nel 2011, organizzato dall’orchestra dei Vigili del Fuoco di Torino, il cui ricavato ci è stato devoluto; o la distribuzione dei dvd del doppiaggio di “Someone Beside you, che a mala pena hanno coperto i costi della sala di registrazione e i diritti d’autore.

Il numero di persone coinvolte può variare a seconda delle esigenze dei pazienti, ma molti colleghi e colleghe potrebbero venire coinvolti, sia come psicoterapeuti che come B.A. Anzi, è specificamente richiesto che gli psicoterapeuti facciano esperienza come BA per apprendere il modello a livello esperienziale ed integrarsi meglio con il resto dell’equipe.

Il mio sogno, pian piano, si sta realizzando. C’è ancora tanta strada da fare, tanto da imparare, da scambiare…

Trovo bello essere partita con la prima persona singolare e finire con il plurale “noi”. Vuol dire che qualche seme è spuntato. Speriamo ne crescano tanti altri!